Cari Millennial, la ricostruzione del post-coronavirus tocca a noi

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Per anni ci siamo trastullati in un’annoiata disperazione. Figli di mezzo della Storia, freezer al Polo Nord, creature mitologiche con l’infanzia analogica, il futuro digitale e il presente eterno. Dopo le coccole di un mondo ricco, protetto, diviso in buoni e cattivi, ci siamo ritrovati sulla strada del precariato, orfani del benessere, delle ideologie, di una missione epocale.

“E, adesso, che cazzo ci stiamo a fare su un pianeta a caso in un periodo a caso?” ci dicevamo. Tirare a campare, lamentarsi: le occupazioni principali. Guardarsi allo specchio, anche: “Beh, dopo tutto, con questi filtrini di Instagram almeno non sono mica brutto”. Ci mancava un senso, inteso soprattutto come direzione.

 

 

Incazzati con le generazioni precedenti, ma senza le palle per incazzarsi davvero, per prenderci il nostro posto nel mondo come avevano fatto di ventennio in ventennio tutti quelli che erano venuti prima di noi: in quelle generazioni precedenti rientravano anche i genitori che ti aiutavano con le bollette, anche i nonni con la casetta che quando loro, buon anime, non ci saranno più allora l’affitterò e mi aiuterà con le bollette.

Le bollette, ecco tutto. Soprattutto una scusa per ripetere il ritornello della generazione più sfortunata dell’ultimo secolo – e poi un bel selfie.

Bene, cari miei Millennial, è arrivato il nostro momento. Ora non abbiamo più scuse. Un giorno, speriamo presto, il tornado del coronavirus passerà e si lascerà dietro una distesa di macerie. La ricostruzione spetterà in gran parte a noi. Piaccia o no, siamo noi quelli nel fiore degli anni.

Il virus ha per lo più appena sfiorato la nostra salute individuale. Abbastanza vecchi per conoscere i meccanismi del mondo, abbastanza giovani per rimetterlo in moto. Costerà energie. Noi le abbiamo. Costerà competenze. Noi le abbiamo.

 

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Siamo la generazione più istruita della Storia. Ma per ora questa iper-istruzione era rimasta un’ulteriore scusa per lamentarci di una realtà che non ci valorizzava. Ora sarà obbligata a farlo. Se non lo farà, vorrà dire che da valorizzare in fondo non c’era molto. Ma io credo che per ripartire ci sarà bisogno di tutte le nostre stronzissime competenze.

Perfino di quella che è considerata la peste universitaria italiana: ci sarà bisogno addirittura delle lauree umanistiche. Perché ci sarà da ricostruire una cultura, una filosofia di vita e di morte, prima ancora che un’economia.

Potremmo essere ricordati come la generazione post-apocalittica, che ha fatto nuove tutte le cose, come quella degli anni ’50 e del Miracolo italiano. Potremmo essere ricordati come quelli che fino a un certo momento si sono rimboccati le maniche per mostrare i muscoli degli avambracci nelle Instagram stories, e poi hanno inteso il significato dell’espressione.

 

 

Potremmo essere ricordati come la generazione Michael Corleone. Ha fatto il possibile per restare lontano dagli affari di famiglia, ma quando è stato costretto a invischiarcisi è diventato il boss più spietato di tutti. Noi, per una volta in vita nostra, dovremo essere spietatamente caparbi, concreti, ottimisti. Altrimenti condanneremo non solo la nostra generazione, ma l’Italia intera, a un’irreversibile declino.

Forza Millennial, è il momento per entrare da protagonisti nei libri di Storia. Comunque vada, un miracolo lo faremo: ci libereremo dal rimpianto di non averci davvero provato, per una volta.

 

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